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Le gesta del Buddha (1)

 

Io non farò ritorno nella città che ha nome da Kapila senza aver visto l’altra sponda della vita e della morte”.
Il cammino del Buddha: la nascita, l’infanzia e la giovinezza, felici e protette; la scoperta del mondo e del dolore; la ricerca della liberazione; il risveglio.

Nel VII secolo d.C. un pellegrino cinese, I-tsing, scriveva che Asvaghosa era letto “per ogni dove nelle cinque Indie e nei paesi dei mari del Sud”. A dispetto di questa immensa popolarità, del “più grande poeta del Buddhismo” –come lo ha definito Coomaraswamy- non sopravvivono che labili e incerte notizie. Sappiamo solo che visse con ogni probabilità nel I secolo d.C. e che oltre alle “Gesta del Buddha” due sole delle numerose opere a lui assegnate dalla tradizione debbono essere considerate autentiche: i frammenti dello Sariputra, dramma in nove atti, e il Saundarananda, un mahakavya (poemetto epico-religioso) sulla conversione di Nanda, il fratellastro di Buddha. La presente edizione del Buddhacarita, a cura di Alessandro Passi, è la prima che si tenta in Italia dopo quella pubblicata all’inizio del Novecento, e ormai datata, di Carlo Formichi.

 

Coscienza

 

Questo libro, dai risvolti multidisciplinari, parla della Coscienza, dei suoi stati, del rapporto fra mente e cervello; parla dell’origine dei mondi e dei destini nella metamorfosi della vita.
Tratto da una serie di conferenze date a Trento ed a Roma, conserva il fascino della comunicazione diretta. Il suo approccio è colloquiale, anche se ben supportato dalla tradizione filosofica indo-tibetana di cui il S.S. il Dalai Lama è il massimo esponente.
In esso si pongono problemi fondamentali e si invita a riflettere sul mistero della creatività e dell’altruismo, qualità presenti anche nel comportamento animale.
Vengono anche suggerite meditazioni coinvolgenti, che aprono la mente alla comprensione intuitiva degli stadi dissolutivi e della coscienza prenatale, con prove anche inedite.

L’autore

Ghelong Thubten Rinchen (ing. Edmondo Turci)
È Monaco Buddhista(insegnante accreditato alla 'Conference of Tibetan Buddhism in Europe - Agosto 2005 Zurigo) completamente ordinato nella tradizione di S. S. il Dalai Lama.
E' responsabile degli insegnamenti e guida Spirituale del Centro Studi Maitri Buddha di Torino e affiliati.
Il Centro fu fondato in origine (C. Maitri) da Ghesce Rabten (1982) uno dei più grandi Maestri venuti in occidente.
Thubten Rinchen è stato suo discepolo dal 1978 sino alla sua morte (1986).
Dopo la morte del Maestro Rabten, Thubten Rinchen ha seguito gli insegnamenti dell'Abate J. Tegchok Rinpoce.
Nel 1993 l'Abate gli chiese di riaprire il C. Maitri e di insegnare come Monaco.
Thubten Zopa Rinpoce gli conferì l'ordinazione a Nalanda, Francia, il 4 aprile 1993.
Successivamente T.Rinchen fece un ritiro di purificazione per insegnare su richiesta del Lama Zopa Rinpoce nel suo monastero di Kopan, Nepal, nell'estate del 1993.
Nel 2006 assume come padre spirituale G. Sonam Cianciub ed il suo lignaggio Gelupa con Khensur Rinpoche Sonam Ghyaltsen. Nel Novembre 2006 viene accettato come monaco nel Monastero gelugpa di Gaden Jangtse e cambia il suo nome in LOBSANG SANGHYE
L'Ing. Edmondo Turci è stato Responsabile di importanti progetti spaziali e docente al Politecnico di Milano e Torino.
Ha Prodotto oltre 50 pubblicazioni scientifiche, 3 testi universitari e 4 testi di filosofia Buddhista

 

La mente del risveglio

 

L'esperienza del Risveglio di uno dei più grandi filosofi e mistici di tutti i tempi.

"La mente del risveglio è amare gli altri più di se stessi. Questo pensiero non si accorda col mondo nel quale è così difficile trovare persino qualcuno che sappia gioire dal profondo del cuore"

Lama Tsong Khapa

 

Il libro tibetano del vivere e del morire (1)

Al suo primo incontro con la cultura occidentale, Sogyal Rinpoche rimase costernato nello scoprire che, a dispetto di tutti i suoi successi nel campo tecnologico, la società  moderna occidentale non comprende minimamente quel che accade al momento della morte: ""Quasi tutti muoiono impreparati a morire, così come hanno vissuto impreparati a vivere"". In Tibet, al contrario, nel corso dei secoli si è sviluppata una vera e propria 'tecnologia sacra' della morte; un'ars moriendi che raccoglie il corpo di conoscenze più accurato, complesso e completo sulla morte e lo stato successivo, o bardo. Il termine bar-do, letteralmente 'sospeso tra', e quindi 'intervallo, transizione', è un concetto chiave per comprendere la meravigliosa concezione tibetana della vita e della morte. Nel Buddhismo tibetano, la vita e la morte appaiono come un tutto costituito da una serie di realtà  in mutamento costante, che presentano bardo, ovvero giunture di transizione in cui si manifesta la dharmata, la vera natura della mente, illimitata ed eterna. I quattro bardo (della vita, della morte, del dopo morte e della rinascita) offrono quindi una grandissima possibilità  di liberazione, ma solo il bardo di questa vita può consentirci di prendere familiarità , tramite la meditazione, con la natura essenziale della nostra mente, cosi da poter riconoscere la sua potente e terrificante manifestazione spontanea al momento della morte. Chi si è preparato per tempo attraverso la pratica e la contemplazione dell'impermanenza, non vedrà la morte come una disfatta, ma come una vittoria, il momento più fulgido a coronamento dell'esistenza.

Il libro tibetano del vivere e del morire (2)

Al suo primo incontro con la cultura occidentale, Sogyal Rinpoche rimase costernato nello scoprire che, a dispetto di tutti i suoi successi nel campo tecnologico, la società  moderna occidentale non comprende minimamente quel che accade al momento della morte: ""Quasi tutti muoiono impreparati a morire, così come hanno vissuto impreparati a vivere"". In Tibet, al contrario, nel corso dei secoli si è sviluppata una vera e propria 'tecnologia sacra' della morte; un'ars moriendi che raccoglie il corpo di conoscenze più accurato, complesso e completo sulla morte e lo stato successivo, o bardo. Il termine bar-do, letteralmente 'sospeso tra', e quindi 'intervallo, transizione', è un concetto chiave per comprendere la meravigliosa concezione tibetana della vita e della morte. Nel Buddhismo tibetano, la vita e la morte appaiono come un tutto costituito da una serie di realtà  in mutamento costante, che presentano bardo, ovvero giunture di transizione in cui si manifesta la dharmata, la vera natura della mente, illimitata ed eterna. I quattro bardo (della vita, della morte, del dopo morte e della rinascita) offrono quindi una grandissima possibilità  di liberazione, ma solo il bardo di questa vita può consentirci di prendere familiarità , tramite la meditazione, con la natura essenziale della nostra mente, cosi da poter riconoscere la sua potente e terrificante manifestazione spontanea al momento della morte. Chi si è preparato per tempo attraverso la pratica e la contemplazione dell'impermanenza, non vedrà la morte come una disfatta, ma come una vittoria, il momento più fulgido a coronamento dell'esistenza.

Heruka Vajrasattva

 

Questo libro contiene il primo e l'ultimo insegnamento di tantra di Lama Yesce. Il primo è il commentario alla pratica di Heruka Vajrasattva, dato a trentatré studenti presso il monastero di Kopan nel 1974 in Nepal, e l'altro è il commentario al relativo Tsog di Vajrasattva, dato nel 1983 al centro Vajrapani di Boulder Creek, in California.
In tutte le quattro scuole del Buddhismo tibetano, la meditazione di Vajrasattva è parte integrante di ogni sadhana dello anuttarayogatantra e costituisce une delle cinque pratiche preliminari al veicolo del tantra, che comprende la recitazione di centomila mantra di Vajrasattva.
In un antico testo indiano di tantra buddhista si afferma: le pratiche definite come dharani, mantra, mudra stupa e mandala, sebbene rappresentino le cinque saggezze trascendentali, non procurano il merito di una sola recitazione delle cento sillabe (il mantra di Vajrasattva).
Il libro contiene il commentario alla pratica e allo tsog di Heruka Vajrasattva, e i relativi testi della sadhana e dello tsog. Vi è pure un nuovo e ampliato glossario con termini in sanscrito e in tibetano.
Molti studiosi oggi in occidente stanno scoprendo nel Buddhismo del Tibet un campo di studi molto vasto sulla psicologia degli stati di coscienza, una conoscenza trasformativa che coinvolge l'intero essere umano e non solo il suo intelletto.
Questa 'scienza dell'uso dei simboli', ormai perduta in Occidente, si configura come qualcosa di attivo in grado di trasformare realmente l'energia psichica. In questo senso i lama tibetani sono gli 'archeologi' dello spirito che hanno trovato e sanno comunicare la via per quell'unico tesoro che vale la pena di cercare, il solo che ci può salvare dalla follia dell'ignoranza: quello contenuto nella nostra mente.

 

Heruka Vajrasattva (2)

 

Questo libro contiene il primo e l'ultimo insegnamento di tantra di Lama Yesce. Il primo è il commentario alla pratica di Heruka Vajrasattva, dato a trentatré studenti presso il monastero di Kopan nel 1974 in Nepal, e l'altro è il commentario al relativo Tsog di Vajrasattva, dato nel 1983 al centro Vajrapani di Boulder Creek, in California.
In tutte le quattro scuole del Buddhismo tibetano, la meditazione di Vajrasattva è parte integrante di ogni sadhana dello anuttarayogatantra e costituisce une delle cinque pratiche preliminari al veicolo del tantra, che comprende la recitazione di centomila mantra di Vajrasattva.
In un antico testo indiano di tantra buddhista si afferma: le pratiche definite come dharani, mantra, mudra stupa e mandala, sebbene rappresentino le cinque saggezze trascendentali, non procurano il merito di una sola recitazione delle cento sillabe (il mantra di Vajrasattva).
Il libro contiene il commentario alla pratica e allo tsog di Heruka Vajrasattva, e i relativi testi della sadhana e dello tsog. Vi è pure un nuovo e ampliato glossario con termini in sanscrito e in tibetano.
Molti studiosi oggi in occidente stanno scoprendo nel Buddhismo del Tibet un campo di studi molto vasto sulla psicologia degli stati di coscienza, una conoscenza trasformativa che coinvolge l'intero essere umano e non solo il suo intelletto.
Questa 'scienza dell'uso dei simboli', ormai perduta in Occidente, si configura come qualcosa di attivo in grado di trasformare realmente l'energia psichica. In questo senso i lama tibetani sono gli 'archeologi' dello spirito che hanno trovato e sanno comunicare la via per quell'unico tesoro che vale la pena di cercare, il solo che ci può salvare dalla follia dell'ignoranza: quello contenuto nella nostra mente.

 

Il settuplice ragionamento

 

La funzione di questo testo non è quella di intrappolare la mente in un gioco di raffinati sofismi fini a se stessi, nè quella di enunciare la semplice verità in complicate formule logiche. Al contrario, attraverso lo studio attendo e la ripetuta meditazione introspettiva, ha lo scopo di chiarire progressivamente ed eliminare uno a uno i dubbi e le tendenze che ci conducono ad aderire a visioni distorte della realtà.

""Non si può asserire che un carro sia qualcosa d'altro che le sue parti, nè che non lo sia; non si può affermare che esso possieda le sue parti.
Non è rinvenibile nelle parti nè le parti sono rinvenibili in esso.
Il carro non è il semplice insieme delle parti, e neppure è la loro forma.
Proprio in questo modo uno yoghin dovrebbe considerare la persona e i suoi aggregati."" Chandrakirti.

 

L'unione di beatitudine e vacuità (2)

L’unione di beatitudine e vacuità è un commentario della Lama Chopa, una fondamentale opera del Primo Pancen Lama, Chokyi Ghialtsen (1570-1662), in cui vengono riassunti in forma poetica tutti i principali temi del sentiero buddhista dei sutra e dei tantra.
Nella pratica tantrica del Buddismo mahayana il rapporto con il maestro spirituale riveste una fondamentale importanza, e il lucido commentario del Dalai Lama presenta un insegnamento pratico che unifica gli aspetti essenziali dei sutra con le profonde tecniche tantriche che attivano le latenti forze spirituali presenti nella mente di ogni essere umano. Delineando l’intera struttura del sentiero buddhista, il testo illustra linee di condotta che permettono di intraprendere una forma completa di pratica quotidiana.
Le origini degli insegnamenti che riguardano la pratica di guru yoga della Lama Chopa risalgono al tantra esplicativo Vajramala, in cui la visualizzazione delle divinità del mandala del corpo presenti sul corpo del guru viene spiegata in accordo al tantra di Guhyasamaja. Dato che la pratica combinata di Yamantaka, Guhyasamaja e Heruka possiede grandi meriti e risultati, il testo della Lama Chopa spiega come intraprenderla sulla base di questa pratica di Guru Yoga. La pratica vera e propria viene spiegata in accordo a Guhyasamaja, i preliminari come l’autogenerazione vengono spiegati secondo Yamantaka e lo svolgimento delle offerte e così via vengono illustrati in accordo a Heruka.

L'unione di beatitudine e vacuità (3)

L’unione di beatitudine e vacuità è un commentario della Lama Chopa, una fondamentale opera del Primo Pancen Lama, Chokyi Ghialtsen (1570-1662), in cui vengono riassunti in forma poetica tutti i principali temi del sentiero buddhista dei sutra e dei tantra.
Nella pratica tantrica del Buddismo mahayana il rapporto con il maestro spirituale riveste una fondamentale importanza, e il lucido commentario del Dalai Lama presenta un insegnamento pratico che unifica gli aspetti essenziali dei sutra con le profonde tecniche tantriche che attivano le latenti forze spirituali presenti nella mente di ogni essere umano. Delineando l’intera struttura del sentiero buddhista, il testo illustra linee di condotta che permettono di intraprendere una forma completa di pratica quotidiana.
Le origini degli insegnamenti che riguardano la pratica di guru yoga della Lama Chopa risalgono al tantra esplicativo Vajramala, in cui la visualizzazione delle divinità del mandala del corpo presenti sul corpo del guru viene spiegata in accordo al tantra di Guhyasamaja. Dato che la pratica combinata di Yamantaka, Guhyasamaja e Heruka possiede grandi meriti e risultati, il testo della Lama Chopa spiega come intraprenderla sulla base di questa pratica di Guru Yoga. La pratica vera e propria viene spiegata in accordo a Guhyasamaja, i preliminari come l’autogenerazione vengono spiegati secondo Yamantaka e lo svolgimento delle offerte e così via vengono illustrati in accordo a Heruka.

La via di mezzo

 

I commenti introduttivi ed i commenti a fronte dei ventisette capitoli di cui è costituita il celeberrimo classico di Nâgârjuna, la Madhyamaka-kârikâ, sono stati ricavati dagli appunti delle lezioni tenute da Thubten Rinchen, Lama residente del Centro Studi Maitri Buddha di Torino negli anni ’97-’98-’99. La traduzione italiana del testo di Nagarjuna, già disponibile nei “Testi Buddhisti” della UTET, è di Raniero Gnoli.

Thubten Rinchen Guida spirituale del Centro Studi Maitri Buddha di Torino.

 

I testi antichi

Dal sommario del volume: La rivelazione del Buddha, di Raniero Gnoli; I testi antichi, di Claudio Cicuzza e Francesco Sferra; Nota all'edizione; Trascrizione e pronuncia dei vocaboli in pali e sanscrito; Tavole: I luoghi del Buddha, Il cosmo; Abbreviazioni bibliografiche; La dottrina; Critica alle opinioni; Principi fondamentali della pratica meditativa; Morale e saggezza; Vita del Buddha; Glossario; Bibliografia; Indici.

Il grande veicolo

 

Il fondatore della religione Buddhista, Siddharta, nacque nel 556 a.C. A ventinove anni, turbato dallo spettacolo del dolore, della malattia e della morte, si dedica alla vita ascetica.

Quando la luce della verità lo folgorò divenne il Buddha, l"illuminato", e cominciò a predicare una dottrina che propugna la ricerca della liberazione dal dolore attraverso il superamento della volontà di sopravvivere alla morte, unica premessa al raggiungimento del nirvana che spezza l'avvicendarsi delle nascite e delle morti.

Questo volume comprende testi scritti in sanscrito, in tibetano e in cotanese, desunti dalla tradizione più recente, il "mahayana", che ammette il carattere spirituale del Buddha e di chi lo imita, cercando di giungere alla perfezione interiore.

 

Il mio Tibet

 

IL MIO TIBET è un film sulla situazione sociale e politica del Tibet occupato dalla Cina popolare all'inizio degli anni '50. Attraverso una rigorosa ricostruzione degli avvenimenti storici e sulla base di numerose testimonianze contemporanee, questo documentario offre un quadro esauriente e chiaro della tragedia del Tibet e del suo popolo. Per la prima volta, grazie all'impegno e al lavoro di Karma Chukey, una giovane donna tibetana ha la possibilità di parlare al mondo in prima persona e senza filtri dei problemi e dei drammi della sua gente e del suo Paese... dal degrado ecologico alla distruzione del patrimonio architettonico.
Questo film documenta un vero e proprio genocidio che la Cina popolare sta tentando di portare a termine contro l'intera civiltà tibetana.

IL MIO TIBET contiene rare immagini di archivio; interviste al Dalai Lama; interviste a esponenti del governo tibetano in esilio; interviste a prigionieri politici fuggiti dal Tibet: documenti inediti del dominio coloniale cinese; filmati della polizia cinese sulle manifestazioni di Lhasa; immagini amatoriali girate clandestinamente da turisti in Tibet; la vita dei profughi tibetani in India.

 

Associato U.B.I.

ubi cartolina 2
L'U.B.I. è stata fondata a Milano nel 1985 da centri buddhisti di tutte le tradizioni presenti in Italia che sentivano la necessità di unirsi e cooperare, come era già accaduto in altri paesi europei.

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